Siamo per mano, ricordalo.
Dipendenza

Dalla dipendenza alla indipendenza
Essere dipendenti significa: dipendere da qualcosa o da qualcuno.
Essere indipendenti significa: non dipendere dalle varie forme che la manifestazione della vita prende. Non ha a che vedere con l’apatia (nonostante venga sperimentata spesso durante il passaggio tra la dipendenza e l’indipendenza) oppure col rifiutare la materia. Tutt’altro, la forma si gode meravigliosamente quando si è indipendenti.
Per mettere in pratica quanto segue è sempre importante ricordare il primo tassello della Via Spirituale: onestà.
La cultura nella quale siamo identificati sopravvive quasi esclusivamente attraverso la dipendenza. Dipendenza e attaccamento vanno insieme.
Per dipendere da qualcosa occorre prima attaccarsi.
Non è indispensabile indagare il perché ed il quando ci siamo attaccati; è utile imparare ad uscirne. Normalmente, le memorie originali emergono spontaneamente durante la trasformazione.
Dipendere dalla famiglia, dal lavoro, dal sesso, dal cibo, dalla paura, dai pensieri compulsivi, dalla pigrizia, dalle droghe, dal partner, dalle idee che abbiamo, dalle emozioni ….
Da quello che gli altri dicono di come dovrebbe svolgersi una vita sana…
La “madre” di tutte le dipendenze è la sofferenza.
È importante aprire una parentesi sul pensiero compulsivo.
Scopriamo infatti che è un pensiero a scaturire l’emozione che provoca l’azione verso l’oggetto o verso qualsiasi cosa ci siamo “attaccati”. L’attaccamento crea un senso di identità. Mi sento vivo, mi sento di esistere quando faccio quella determinata cosa. Se lei o lui non diventa il partner della mia vita, io mi sento morire. Normalmente non è vera la storia che ci raccontiamo secondo la quale vogliamo quella determinata cosa perché ci renderà felici.
La verità è che siamo abituati a soffrire e a generare sofferenza. È diventato un meccanismo così automatico nell’essere umano che non lo vediamo più.
Grazie alla pratica della presenza, ci rendiamo conto prima o poi che non c’entra nulla l’oggetto, la persona o la sostanza. Non sono loro la ragione della felicità o dell’amore che cerchiamo. Non siamo dipendenti dall’oggetto ma dalla sofferenza. L’oggetto è il dito non la luna. La “luna” si trova dentro di noi, non fuori. L’uscita si trova nello spezzare il circolo della sofferenza. Scendere dalla ruota abitudinaria che cerca esperienze fatte di delusione, rifiuto e disordine. Oppure l’abitudine di cacciarsi nei casini per poi sentire e generare nuova sofferenza.
Tornando all’oggetto della dipendenza non tutti siamo allo stesso punto. Alcuni hanno ben presente la dipendenza che vogliono lasciare andare. Altri sono semplicemente stufi di sé stessi e delle maschere che indossano ma non riescono a vivere senza. Vivono così un tormento ed un’ansia continui. Anche in questo caso siamo noi ad essere attaccati anche se in principio queste parole possono sembrare impossibili da digerire.
Altri ancora sono ancora identificati nella loro maschera che sta leggendo questo articolo per curiosità andando a cercare nella sua mente logica qualche corrispondenza qua e là nel passato: questo lo so già... questo non è vero… questo però…
Provate semplicemente a leggere da una attenzione che include, che accoglie.
Può essere utile mettere l'attenzione sul respiro che entra e che esce dalla bocca o dalle narici. Sentire i polmoni che si contraggono e si espandono. Dopo qualche minuto potete leggere e mettere in pratica questi passi che seguono:
· Il primo passo è accorgersi. Spesso la nostra dipendenza più grande è quella che consideriamo in maniera superficiale. Quella che più denigriamo… che neghiamo o consideriamo facile da lasciare andare… smetto quando voglio. Non deve essere necessariamente droga, alcol, sesso o cibo ma per esempio, la rabbia, la pigrizia, l’emozione che ci rende spendaccioni, la bugia, il partner che non riusciamo a lasciare andare…. Rimani in ascolto senza fretta. Ci possono volere giorni oppure minuti; non è importante. Non cercare con la mente. Leggi semplicemente e mantieni dentro di te il desiderio di scoperta e attendi vigile.
· Il secondo passo è il coraggio. Prova anche solo per qualche giorno a considerare queste parole nei tuoi confronti: beh… giochiamo. Facciamo finta che invece sia una dipendenza e stiamo a vedere… Proviamo ad allontanarci da quella cosa per una settimana e stiamo in ascolto. È solo un gioco.
Se invece hai ben presente la dipendenza alla quale ti sei attaccato o attaccata, sospendila per breve tempo oppure rimani semplicemente in ascolto del corpo quando esamini la possibilità di abbandonarla. Cosa senti appena prendi in considerazione questa possibilità? Dove la senti nel corpo?
· Il terzo passo ha a che vedere con imparare ad amare. Dove sento nel corpo la dipendenza? Ma… allora non era una idea. Quali sensazioni provo? Che cosa sono davvero le sensazioni? Sposta, senza sforzo, la situazione dalla mente al corpo. Che tipo di sensazione è: pulsa, preme, punge? Permetti alla sensazione fisica di emergere. Inverti l'abitudine di resistere di non voler vedere. Amati. Va bene, questo è ciò che sono; questo è quello che emerge dentro di me. Lo accolgo.
Questi 3 passi ci aiutano a famigliarizzare con la dipendenza ed imparare a stare con la sensazione fisica. Non si tratta mai di combattere o di vincere. Si tratta di ascoltare ed accogliere. Non c’è un nemico bensì un amico che bussa alla nostra porta. Una parte da integrare. Quando stiamo con la sensazione essa si libera. Questo è il miracolo e la rivelazione che accade. In quella apertura scopriamo la vita che abbiamo cercato invano nella dipendenza.
C’è potere!
Ricaduta.
Ogni volta che sono ri-caduto dinnanzi ad una dipendenza, ho osservato la colpa, il senso di umiliazione e l’impotenza di fronte a qualcosa che ho ritenuto più forte di me. Dopo anni di pratica ho cominciato ad amare il mio percorso e ad accorgermi che potevo essere presente anche quando ricadevo smettendo così di nutrire la colpa che seguiva quell’azione abitudinaria.
La ricaduta non è un fallimento. È parte del percorso verso l’indipendenza.
La dipendenza e l’attaccamento si nutrono golosamente della colpa, dopo la ricaduta.
Esempio:
Laura scrive che da quando pratica la presenza nel quotidiano, si rende conto di perdersi costantemente nel pensiero compulsivo. Sparisce in una bolla di pensieri e teatri. A volte si vede vincente in una situazione immaginaria, altre volte si vede perdente e dolorante. Si trova a pensare a Lui che l’abbraccia e le dice: TI AMO. Altre volte immagina come è disperata la sua vita se rimane sola. Si rende conto di provare spesso pensieri che deprimono la vita. Oppure saltano da un senso di superiorità ad altri pensieri di inferiorità. Basta un soffio di vento per cambiare stato d’animo e qualità del pensiero. Una parola della madre scaturisce rabbia, un rimuginamento mentale che può durare per giorni. Una follia nella testa. Laura si rende conto di una condizione condivisa da tutti coloro che praticano la presenza.
Laura si rende conto della condizione umana di quest’epoca.
Comincia così a tornare sul corpo e sul respiro ogni volta che lo ricorda, scollandosi da quella bolla immaginaria.
Non appena Laura diventa consapevole di essersi persa nuovamente nel pensiero compulsivo e in costrutti immaginari, invece di rallegrarsi e tornare al presente, si perde in pensieri di colpa per essersi persa nei pensieri nuovamente. Osservate se accade anche a voi.
· Siamo persi nei pensieri
· Ci rendiamo conto di essere persi nei pensieri
· In quel momento di consapevolezza la dipendenza ci risucchia in pensieri di colpa sul
fatto che non eravamo presenti.
La dipendenza al pensiero (e qualsiasi altro tipo di dipendenza) fa leva sulla colpa. Inoltre,
con la dipendenza viviamo nell’illusione della perdita. Senza quella cosa, senza fare quello o stare con quella persona, mi sento vuoto. Sento la perdita. Non è possibile spiegare la sensazione che si prova. Occorre viverla senza resisterle.
Il pensiero scatena un’emozione che scaturisce il desiderio spesso incontrollato di ripetere la nostra solita “dipendenza”. L’ennesimo finanziamento, l’ennesimo sì a quella persona, l’ennesima volta che rimando quello amo fare, l’ennesima abbuffata... potremmo continuare per ore.
È come un generatore di corrente che riattiva la ruota automatica. Tuttavia, se ascolti e pratichi con cura quanto ho scritto, noterai che non è l’oggetto della dipendenza il problema, bensì l’attaccamento dentro di noi.
La Via Spirituale serve per interrompere l’abitudine a soffrire. Perché in sostanza si tratta sempre di lasciare andare l’abitudine a nutrire la sofferenza.
Rimani in ascolto permettendo alla sensazione fisica di essere così com’è.
Pratica la meditazione in acqua regolarmente e il movimento spontaneo.
La meditazione statica al mattino oppure alla sera è propedeutica per imparare a stare nel corpo e sentire ciò che normalmente evitiamo e spingiamo via.
Si tratta semplicemente di cambiare modello culturale. Si tratta di educare ognuno di noi al sentire. A volgere l’attenzione dentro.
In ultima analisi riscontriamo che quello che chiamiamo dipendenza in realtà è una maniera per scaricare energia e tensione emotiva. È come un isolotto di salvataggio che ci aliena per un attimo dall’incarnazione in un corpo umano che è intriso di sofferenza. In verità non siamo schiavi di “quella cosa” piuttosto usiamo “quella cosa” per scaricare energia. Quindi anche questo va bene. Da oggi siamo semplicemente presenti mentre accade e ci rendiamo conto che: possiamo scegliere.
La via spirituale è un processo di purificazione che serve a far scorrere nuovamente l'energia vitale nel corpo così da non creare inceppamenti nel sistema energetico. La tensione che si crea è energia compressa, congelata che non fluisce libera. È come pompare acqua in un tubo otturato.
Qualunque percorso autentico è utile semplicemente per: mollare la contrazione, la chiusura. Come l’acqua che, da uno stato di congelamento e isolamento, torna a fluire libera.
Vediamo insieme i punti che normalmente riscontriamo e ai quali ci aggrappiamo:
· Perché tutto questo, perché succede a me! Dietro ad ogni esperienza c’è sempre una scelta libera. Non ti fermare, vai avanti. I pensieri e le domande possono essere porte verso il divenire oppure rifugi, grotte per nascondersi.
· È più forte di me! Va bene, se è questo che vuoi. Ti sto, tuttavia, proponendo una alternativa: quella di stare. Osserva la sensazione fisica e accoglila. Non è questione di chi è più forte; questo non c’entra. Quello che conta è che tu sia presente. Come puoi.
· Vorrei che tutto sia già finito. Voglio la pace e la luce, adesso! Non è possibile, quella è la tua porta. Osserva la sensazione fisica e accoglila. Se sei nell’aspettativa vuol dire che non sei più nel corpo, non sei nella realtà. Sei nella mente che si aspetta o immagina un futuro che ora non esiste. Torna al presente e accogli ciò che è veramente. Non importa quanto tempo occorre, questa è La Via Spirituale.
· Chi sono io se non soffro? Se non mi lamento, se non metto in scena i miei fallimenti? Occorre coraggio per uscire da lì, rimboccarsi le maniche e costruirsi una vita sana. Ci vuole coraggio e devozione per divenire indipendenti. Tuttavia, ricorda che la pratica migliore è quella semplice: essere presenti. Questo richiede tempo e cura. Porta l’attenzione nel respiro ogni volta che lo ricordi. Sii presente ad ogni gesto, misura con attenzione le parole che dici o che scrivi, osserva e accogli le sensazioni fisiche. Tornare a se stessi dopo anni di abbandono richiede amore e, soprattutto, tempo.
· I maestri sono persone speciali. Loro possono io no, io non sono nessuno. Va bene, se è questo che vuoi credere, credici. Tuttavia, solo nel pronunciarlo sai già che non è vero.
L’onestà è il primo tassello del percorso spirituale.
